Disfatta Italia: è fuori dal mondiale

italia-svezia-mondiali-russia-2018-buffonDisfatta. Non esiste altro nome per quanto accaduto ieri sera a Milano, dove una Italia povera di classe e di lucidità non è riuscita a sfondare il bunker svedese, apparso in realtà ben poca cosa rispetto a quanto si prevedeva alla vigilia ma nonostante ciò risultato impenetrabile per gli sterili attacchi degli azzurri, via via sempre più confusi fino ai disperati assalti finali. Il risultato finale recita un triste 0-0 che consegna tristemente l’Italia del Ct Ventura alla storia: era infatti dal 1958 che la nazionale italiana non riusciva a qualificarsi per la fase finale dei mondiali. Poco meno di 60 anni in cui il movimento calcistico del belpaese era riuscito a conquistarsi un ruolo d’elite nel calcio internazionale grazie anche alle vittorie ottenute sul campo dalle rappresentative azzurre ai vari livelli, un ruolo ormai azzerato dalle ultime sconfitte.

Le lacrime di capitan Buffon , che ha visto sfumare il record personale assoluto di sei mondiali disputati da giocatore, sono le lacrime di un intero paese che ha assistito incredulo ad una eliminazione giusta per quanto visto sul campo, che ha sancito il fallimento totale della gestione Ventura, un CT scelto tra i dubbi di molti dal presidente della FIGC Carlo Tavecchio, che ora è chiamato a rispondere in prima persona di quanto accaduto.

Il confronto tra le parole di addio alla nazionale di Buffon, Barzagli e De Rossi, ultimi eroi del mondiale 2006 vinto in Germania, e Chiellini, tutte intrise di dispiacere e di presa di responsabilità per il risultato, e quanto dichiarato in tarda serata in conferenza stampa da Ventura nel post partita (“non mi dimetto, devo pensarci”) e ai silenzi di Tavecchio che ha preferito rinviare ad oggi qualsiasi dichiarazione e decisione, riflettono perfettamente l’odierna situazione del movimento calcistico in Italia, dove i dirigenti – che sono i principali responsabili dell’indecente livello raggiunto – restano abbarbicati alle loro poltrone scaricando le colpe sui tecnici (la maggior parte dei quali da loro scelti qualche tempo prima) e litigando sugli aspetti economici legati al calcio, senza mai soffermarsi sui problemi reali di questo sport: troppe squadre professionistiche, troppe squadre nei campionati principali, pochi investimenti nel settore giovanile, nessun interesse per lo sport nelle scuole, mancato sviluppo dei progetti relativi alle seconde squadre, inesistente aiuto nei confronti delle società che manifestano interesse per la costruzione di nuovi impianti di proprietà, mancato controllo del rispetto delle regole – sia sportive che economiche – da parte delle squadre professionistiche, disinteresse totale nei confronti del razzismo e della illegalità negli stadi, sono solo alcuni degli aspetti che un dirigente sportivo serio degno di questo nome dovrebbe avere a cuore.

Carlo Tavecchio è solamente la punta dell’iceberg di un sistema che è allo sfascio, distante anni luce dalla realtà e ancora legato a vecchie dinamiche di potere politico sportive, ma è la prima testa che deve cadere.

“Noi togliamo il disturbo, ma vedrete che banditi arriveranno dopo”. Con questa frase Antonio Giraudo lasciò la scena calcistica italiana dopo i fatti del 2006. A rileggere oggi le sue parole si capiscono molte cose.




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